Pappa alla anguria con feta
- Frutta, Io sono il primo, Pomodori

Storia del bus scomparso, dell’andina ritrovata, dell’allegro andaluso e della PAPPA ALLA ANGURIA

Gli strani incontri in una Roma sudata e una imprevedibile scoperta culinaria: PAPPA ALLA ANGURIA.

Pappa alla anguria per due

Dovunque vada, qualunque sia la mia destinazione, quante e quali siano le tappe del mio viaggio: 2 fermate di metro o 12 ore di aereo, sono continua preda dei turisti e del loro incontrollabile bisogno di informazioni.

Comprendo perfettamente questa loro esigenza, se fossi straniera a Roma resterei paralizzata all’aeroporto senza più muovermi… Fatto sta che il più delle volte mi tocca vedermela con quesiti impossibili, assurdi, al limite del reale, riuscendo anche a dare risposte sensate in lingue a me sconosciute.

Il mio racconto ha inizio alle 9 di una rovente mattina di luglio presso la fermata di un autobus del quale da tempo immemore non si avevano più notizie. Ormai non restava che avvertire i parenti dell’autista e dare la triste notizie che un’antica buca romana aveva ingoiato il loro adorato bambino e il suo bus. Per sempre.

Mentre era quasi completato il mio passaggio dallo stato solido, a quello liquido, si materializza alle mie spalle una figurina scura che in una lingua a me del tutto sconosciuta emette dei suoni che sembrerebbero una richiesta di aiuto.

Per quanto ne capivo, la figurina poteva anche essere venuta dalle sperdute Ande, visto l’incomprensibile idioma. Così la donnina in nero mi mostra un foglietto con un indirizzo e il nome di un locale. Cominciamo un dialogo al limite dell’incredibile in una lingua che vorrei dirvi fosse una specie di inglese, ma credo invece più vicina all’esperanto, o all’esasperazione.

Tanto che alla fine del surreale duetto, afferro il suo polso e la trascino con me. Un polso così esile che ad un certo punto del tragitto mi è sorto l’atroce dubbio che la andina fosse rimasta alla fermata e io stessi trascinando il nulla. Invece giunta a destinazione, noto sollevata che anche lei e il suo polso mi avevano seguita, quasi in contemporanea.

La lascio davanti ad un misterioso ristorante di chiara origina andalusa, quello segnato sul foglietto. Mentre le sto dando l’addio per sempre con l’unica lingua a me conosciuta, il sorriso, esce dall’ameno locale il proprietario, un omone identico all’effigie adesiva del malcapitato paziente dell’allegro chirurgo, naso rosso compreso, ma fortunatamente vestito e in apparente ottimo stato di salute.

Quando realizzo che il gigante potrebbe essere andaluso e la donnina potrebbe essere andina, mi si paventa un terribile qui pro quo di carattere territoriale. Pur di non assistere alla drammatica rivelazione, cerco quindi di sparire quanto più velocemente il caldo consenta. Mi ritrovo invece all’interno del locale buio e deserto con in mano un bicchiere di liquido rosso, che l’allegro locandiere mi incita a bere.

E con aria compiaciuta, mi comunica che è del gazpacho fresco di mattinata.

Ora, amico andaluso, ti ringrazio del pensiero, ma non sono neanche le 10, e io sono sudata e devo tornare alla fermata a cercare un autista scomparso prima che si intrometta la Sciarelli. Il gazpacho proprio non lo voglio in questo momento!

Parole pronunciate solo dentro di me ovviamente, ma speravo trapelassero le emozioni a riguardo dalla mia eloquente espressione. Ma niente, il gigante e la andina mi fissano in attesa del primo sorso. Quindi, sono costretta all’estremo atto.

Appena deglutisco l’amaro calice, capisco subito che non è affatto amaro e soprattutto non un semplice gazpacho, e infatti il sosia sano del paziente poco allegro non aveva specificato che era si gazpacho, ma di anguria!

Buono era buono e con un sapore decisamente originale, ma alle 10 del mattino preferisco sempre un caffè. Lascio il bicchiere a metà tra le mani dell’Allegro, sotto lo sguardo perplesso dell’andina e scappo via. Continuandomi a chiedere che rapporto potessero mai avere quei due.

Giorni dopo, decido di riprodurre la pappa tra le mura domestiche in modo da gustarla ad un’ora più consona. Anzi, la propino alla mia genitrice, capace di ingurgitare di tutto, in qualità di zuppa fredda per il pranzo.

Pappa alla anguria

Per fare la PAPPA ALLA ANGURIA, l’ideale sarebbe pelare un 400gr. di pomodorini, dividerli in spicchi, ricavarne la polpa coi semi, schiacciarla con una forchetta e filtrarla raccogliendo il succo.

Ma è estate, un’estate bollente e io sono pigra, quindi per fare prima, ho saltato questo procedimento e ho versato nel mixer una confezione da 250gr. di passata di pomodoro, alla quale ho aggiunto 400gr. di anguria privata di semini e tagliata a cubetti, un cetriolo piuttosto grande, il succo di un limone, sale, pepe, zenzero, erba cipollina, due cucchiai di olio e ho frullato tutto.

Ed ecco pronta una bella zuppa vellutata dall’inconfondibile profumo di anguria. L’ho servita guarnita con tanti cubetti di feta e con il basilico o se preferite della menta fresca.

Ed in 10 minuti la fredda PAPPA ALLA ANGURIA, scoperta grazie alla sparizione del mio autobus (riposi in pace…) e dello strano incontro tra un andaluso e un’andina, è in tavola!

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